L’era Trump

L’era Trump è iniziata – certo non in punta di piedi, nonostante la grazia  da catwalk della first lady – e a dominare la scena sembra sia proprio la moda, dall’abito azzurro polvere della maggior sostenitrice del neo Presidente ai pussy hats indossati dalle manifestanti anti-Trump.

Già fattasi notare per la jumpsuit in total white che nulla sembra invidiare ai più classici e formali long dress e per il pussy-bow che ha vivacizzato una camicia fucsia, la nuova inquilina della Casa Bianca sembra infatti ispirarsi allo stile di Jacqueline Kennedy.

Sobrietà ed eleganza, quindi, il binomio vincente, senza trascurare la voglia di osare e un dettaglio non meno importante: la stretta collaborazione con il proprio stilista, complice assoluto della cliente d’élite, non curatore unico e incontrastato dell’immagine della première dame.

Non a caso, è il gusto personale di Melania Trump, assistito dalle competenze acquisite sul campo come mannequin, a guidare la costruzione dei look  studiati per lei dal couturier che la affianca rendendole pienamente giustizia.

Se gli outfit che ne fasciano le aggraziate forme sono di assoluto risalto, anche il bun morbido e très chic sfoggiato il giorno dell’insediamento del marito merita particolar menzione, a dimostrare che almeno uno nella coppia presidenziale detta stile.

E mentre Melania conquista le cronache come una vera reginetta di bellezza, al marito si riserva un’attenzione decisamente diversa che passa, tra gli altri, anche dai neologismi a lui ispirati, come ad esempio Trumpifiering, oppure da nomi pseudoscientifici ideati per attirare i riflettori su problematiche  palesemente ignorate dal tycoon, come la tutela dell’ambiente.

Tanto, per parafrasare Oscar Wilde, in bene o in male, l’importante è che se ne parli.

Basta essere consapevoli del fatto che, stando alle premesse, se ne vedranno sicuramente delle belle…signora Trump a parte, s’intende!

                            

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Keep Calm and Unplug – Seconda parte

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Tutto quello che succede nel mondo non rende particolarmente inclini al relax ma, sarà la bella stagione o proprio una disperata voglia di reagire per non soccombere agli eventi e all’ansia, il richiamo alla connessione con il mondo (quella vera, non tecnologica)  è forte.

Manager avveduti e accorti prendono così iniziative come sospendere temporaneamente lo scambio interno di email in azienda per favorire l’interrelazione dei dipendenti  oppure andare in ritiro in Nord Europa per ritrovare silenzio ed equilibrio dietro la guida di un esperto coach, abbandonando giacca e cravatta in favore di abiti mentali più smart. Un po’ come Bjork che alimenta la sua arte passeggiando per la tundra islandese. Lei può, direte voi, ma è sufficiente un parco cittadino, o un piccolo angolo di mondo purché proprio, per ragionare out of the box  (dove per box si intenda la scatola metallica che è il device di turno 😉 )

Già, perché “C’è vita oltre lo smartphone, riuscite ancora a vederla?” come titola l’articolo che parla di un video in cui

un ragazzo si avventura alla scoperta della natura selvaggia del Kerala (zona dell’India meridionale). Mentre la voce fuori campo descrive la bellezza di “un mondo dove per entrare non è richiesta una password”, dove la guida è il proprio cuore non una App e per memorizzare un ricordo al massimo si può fare un disegno. Un mondo dove il cinguettio degli uccelli non dipende da 40 caratteri e per trovare un amico non serve “inviare una richiesta”. E’ la realtà che abbiamo intorno e che forse troppo spesso dimentichiamo di vivere al di là di uno schermo.

Essere troppo assorti dal digitale azzera infatti in qualche modo il mondo reale, circostanza questa che può addirittura nuocere alla salute, come sostiene uno studio secondo cui i selfie cancellano la memoria. Si dovrebbe invece sposare una tendenza ben più sana, oltre quella di guardarsi maggiormente intorno: ascoltare il respiro concentrandosi sul presente che si vive, applicando la tanto sbandierata  mindfullness che, si spera, ci salverà dall’oblìo.

Lo stesso Papa Francesco invitava tempo addietro alla socialità, spegnendo “le voci esterne” a tavola per focalizzarsi su voci ben più importanti, quelle dei familiari, come se l’ascolto, di se stessi e degli altri, fosse alla fine la chiave del rebus.

Lo hanno capito anche gli americani, proponendo gelato gratis a chi consuma il pasto senza degnare di uno sguardo il “diavolo tentatore”. Di solito, si riserva a questo fin troppo fedele compagno il posto d’onore accanto alla forchetta; in questo caso, invece, viene “servito in tavola” in una gabbietta che intrappola trilli e strilli (di chi, rispondendo alle chiamate, urla imperterrito per coprire i rumori di fondo del locale).

E si moltiplicano anche in Italia le iniziative di librerie technology-free che bandiscono l’uso del cellulare per regalare un autentico viaggio nella conoscenza.

Non sarà un caso, in fondo, se parlando di conoscenza si sia passati dall’amore ai tempi di internet, attraverso siti di incontri ultrastrombazzati, all’amore “in” siti reali e più speciali dei luoghi virtuali, come la magica Irlanda, che con il suo Matchmaking omaggia non solo il ritorno all’autenticità del cheeck to cheeck  ma anche la propria storia, come ben spiega  l’articolo:

Da queste parti il Matchmaking è una vera e propria istituzione, che affonda le proprie radici nell’antica usanza dei proprietari terrieri irlandesi di recarsi a riposare nelle terme di Lisdoonvarna per riprendersi dal lavoro estivo nei campi e, nel frattempo, cercare moglie.

Si impone insomma il downtime inteso come tempo di riposo dai device, anche per scongiurare che prenda forma l’antiestetica i-gobba   ed evitare di tasformarsi in social zombie  ben più spaventosi di quelli del famoso video di “Thriller”. Il che è tutto dire.

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Keep Calm and Unplug! Prima parte

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Di recente la cronaca nera ha portato alla luce la triste realtà della solitudine ai tempi dei social media.

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